Saggistica, editoria per l’Università

Manara Valgimigli, Uomini e scrittori del mio tempo
a cura di Marino Biondi e Roberto Greggi


Uomini e scrittori del mio tempo ISBN: 9788831358439
PAGINE: 620
PREZZO: € 35,00
FORMATO: cm 17 × 24
COLLANA: Studi e testi di cultura letteraria
DATA DI PUBBLICAZIONE: 16 ottobre 2026
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Decenni di riflessioni e ricordi costituiscono la studiata architettura di Uomini e scrittori del mio tempo, nell’edizione Sansoni, ultima e definitiva, del 1965, che qui si ripresenta in anastatica, con un vasto studio introduttivo dei curatori Marino Biondi e Roberto Greggi. La paideia di Manara Valgimigli (1876-1965), filologo classico tra i più eminenti, noto al grande pubblico per le sue traduzioni dal greco dei tragici (Eschilo, Sofocle, Euripide) e dei filosofi (Dialoghi di Platone, Poetica di Aristotele).
Il volume, di vasta mole, maturato e cresciuto nel tempo, è diviso in tre sezioni. Il baricentro è tutto carducciano, consacrato alla figura del Carducci poeta e maestro, coscienza del Risorgimento, unità serrata e compatta, pilastro memoriale del libro. Un’altra area altrettanto vasta, ma più mossa e criticamente risentita, è dedicata a Giovanni Pascoli. Figura più ardua da ricostruire, pertanto più complessa e sfuggente in talune sue articolazioni. È la sezione forse più enigmatica dei ricordi, ma ricca sul piano della ricerca biografica e della storiografia letteraria, il fenomeno unico di una letteratura italiana e una letteratura neolatina, coeve, e di uno stesso autore.
Segue, a completare un quadro che è sempre più simile a un affresco d’epoca, la galleria dei contemporanei, una sezione più libera e varia, che raccoglie profili di amici, colleghi, critici letterari (Pietro Pancrazi, Attilio Momigliano, Diego Valeri), filologi classici (Giorgio Pasquali, Concetto Marchesi), giganti della musica (Arturo Toscanini) e una assai suggestiva teoria di figure minori, intime alla letteratura ma estranee alla grande fama. Disancorato da ogni riva, e da ogni scuola, Renato Serra, una personalità che per ingegno e destino riusciva a turbarlo profondamente.
Una storia, infine, dell’umanesimo italiano come cultura e civiltà, ma anche come costume di vita, nel racconto commosso dell’ultimo testimone.

In copertina: Manara Valgimigli in una foto del 1904 (Eredi Valgimigli, collezione privata).



Manara Valgimigli, filologo classico, traduttore dal greco e scrittore, nacque a San Piero in Bagno (FC) il 9 luglio 1876 dal modiglianese Antonio, maestro elementare, e da Sofia Baldelli, ravennate, figlia del farmacista dell’ospedale Angioloni di San Piero. Trascorsa l’infanzia nel paese natale, dove ebbe come insegnante alle scuole elementari il padre, seguì gli studi medi e superiori a Siena e a Lucca.
Nel 1894 si iscrisse all’Università di Bologna laureandosi con Giosuè Carducci il 15 novembre 1898. Amico di Giovanni Pascoli, pochi giorni dopo la laurea fu chiamato dal poeta a Messina per insegnare nel ginnasio Dante Alighieri. Seguendo la dura «gavetta» cui erano sottoposti in quegli anni i docenti, da Messina Valgimigli cominciò un lungo peregrinare attraverso tutta la penisola: La Spezia, Lucera, ancora Messina, Massa, di nuovo La Spezia, Pisa.
Con la vittoria nel 1922 del concorso per la cattedra universitaria di letteratura greca, iniziò la carriera accademica, prima a Messina, poi a Pisa, da cui dovette allontanarsi a causa delle persecuzioni subite per la sua avversione al regime fascista. Trovò rifugio nella più tollerante Padova, chiamato in questa città dall’amico fraterno Concetto Marchesi. Nell’ateneo patavino tenne la cattedra fino al 1948, anno del suo collocamento a riposo. Dal 1948 al 1955 fu direttore della Biblioteca Classense di Ravenna.
Lungo l’elenco dei suoi scritti: edizioni critiche di classici greci, traduzioni e studi di letteratura greca e latina (Platone, Aristotele, Eschilo, Sofocle, Saffo e i lirici greci, i commenti e le edizioni scolastiche dell’Odissea e dell’Eneide), lavori di critica letteraria italiana e alcuni volumi di memorie (Il nostro Carducci, Uomini e scrittori del mio tempo, Il mantello di Cebète, Colleviti, Il fratello Valfredo) spesso ispirati agli anni del discepolato bolognese dominato dalla figura del Carducci, maestro di poesia e di vita, e dalla schiera dei suoi allievi.
Accademico dei Lincei dal 1946, con i volumi Poeti e filosofi di Grecia vinse nel 1964 il Premio Viareggio per la saggistica. La sua lunga esistenza, funestata da una serie di crudeli lutti familiari (il figlioletto Bixio, la moglie Emilia e la diletta primogenita Erse), si concluse il 28 agosto 1965 a Vilminore di Scalve (BG).